03-05-2008
Originario di Campodolcino, aveva ereditato dal padre la passione per la distillazione, diventando famoso
E' morto Levi, "grappaio l'angelico"
Si è spento a 80 anni a Neive, nel Cuneese, lasciando un grande vuoto nel mondo della grappa

Campodolcino. Davanti a quella porta dietro la quale nascevano straordinarie bottiglie di grappa, non ci saranno più le code interminabili di coloro che ogni giorno attendevano con pazienza di incontrare il "grapat" figlio della Valle Spluga. Si è spento ieri notte a Neive in provincia di Cuneo, all'età di 80 anni, Romano Levi, uno degli ultimi grandi artigiani dell'alambicco, che negli anni aveva creato uno stile unico nella qualità dei propri distillati, confezionati in bottiglie tappate a mano e con etichette stravaganti disegnate dallo stesso Levi.. Nato nel 1929 da genitori originari di Fraciscio di Campodolcino, nel 1933 rimase orfano di padre e nel '45 anche di madre. Il destino lo portò a diventare un "grapat" e a gestire la distilleria che lo ha reso celebre in tutto il mondo.
«Chi faceva la grappa - aveva raccontato una volta Romano Levi - erano per lo più uomini che d'estate stavano in montagna con gli animali e d'inverno, ricoverate le bestie in stalla, si dovevano trovare un altro lavoro, spesso inventandoselo. Questi grapat avevano imparato il mestiere distillando le vinacce delle uve spremute della vicina Valtellina. Mio padre Serafino, come altri cinque dei suoi nove fratelli, era uno loro. Quando morì, la distilleria passò a mia madre che rimase di lì a poco uccisa sotto un bombardamento. Io avevo 16 anni e dovetti prendere in mano la situazione. Iniziai pensando: tanto è una cosa provvisoria».
La notizia della sua scomparsa si è diffusa a Campodolcino, dove Levi era molto conosciuto. Luigi Gregorio Fanetti, storico locale, lo aveva incontrato meno di un mese fa a Neive. «Insieme a mia figlia Michela avevo proposto a Romano di partecipare ad una mostra che intendiamo organizzare quest'estate a Campodolcino, dedicata proprio alla sua lunga storia di grapat - racconta Fanetti -. Quel giorno c'erano tedeschi e altra gente giunta apposta per incontrarlo. Ci aveva accolto con grande ospitalità ed era entusiasta dell'idea di organizzare una rassegna proprio nei luoghi in cui erano nati i suoi antenati». Romano non era sposato, né ha avuto figli. Viveva solo, con la sorella Lidia. L'anno scorso Torino gli aveva dedicato una grande rassegna a Palazzo Bricherasio. E ieri il sito on line di La Stampa gli ha dedicato un lungo articolo, omaggio alla sua grandezza. Le grappe di Levi, così particolari, erano famose in tutto il mondo. Veronelli lo aveva definito "grappaio l'angelico", un appellativo che gli valse molta fortuna.
Gian Luca Papa        

  LA PROVINCIA DI SONDRIO

 

 

 



OGGI A NEIVE
L’addio al distillatore Romano Levi
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E’ morto la sera del primo maggio Romano Levi, celeberrimo distillatore di grappa di Neive, la cui fama era legata anche alle etichette colorate delle sue bottiglie, che disegnava personalmente. E’ stato stroncato da un infarto mentre come ogni giorno faceva visita alla sorella nella Casa di riposo del paese. I funerali oggi alle 15, nella chiesa di «San Giuseppe» a Neive.

I funerali
Alle 15 nella chiesa di «San Giuseppe»
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I funerali di Romano Levi si svolgeranno oggi alle 15 nella chiesa di San Giuseppe di Neive Borgonuovo. La salma partirà dalla Casa di riposo del paese alle 14,45. L'Amministrazione comunale ha annullato i festeggiamenti programmati per domani, nell'ambito della manifestazione «Operazione Città Aperte», che prevedeva anche un omaggio al lavori di Levi. «Una decisione che ci è sembrata opportuna per rispettare la memoria del nostro concittadino - dice il sindaco Luigi Ferro -. Renderemo omaggio a Romano Levi anche in forma più compiuta nei prossimi mesi, quando anche il progetto della Casa dedicata alla donna selvatica sarà in fase più avanzata».


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sergio miravalle
ERA UN MITO DALLA POESIA “SELVATICA”

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Avrebbe compiuto 80 anni il 24 novembre, ma la sua vita la si poteva misurare in fiammiferi: erano 63 quelli che aveva finora acceso. Uno ad ogni autunno. L’ultimo il 13 ottobre scorso quando «diede il fuoco» alla caldaia della magica distilleria a vapore. Il primo lo aveva acceso nel 1945, quando a 17 anni si ritrovò nel turbine della guerra orfano di madre. Aveva accanto solo la sorella Lidia, con la quale ha vissuto in amorevole simbiosi fino all’ultimo. Il papà Serafino Levi era morto anni prima e i due, fratello e sorella, dovettero abbandonare gli studi e mettersi a fare «ciò che nessuno ci aveva insegnato»: la grappa. Ci sono riusciti. Il distillato che è uscito in questi anni da quel vecchio alambicco a fuoco continuo è tra i più famosi al mondo. Un mito alimentato dalla poetica genialità di Romano che ha vestito le sue bottiglie con evocanti etichette. Epopee di donne selvatiche che «scavalicano le colline», pettirossi e stelle che ridono, fiori, motti e versi fulminanti. Le ha disegnate a mano, ogni giorno, con inchiostro di china e matite colorate, senza riuscire ad accontentare l’insistente e trepida attesa dei collezionisti. Lui delicato e sorpreso come un bambino, sembrava stupirsi delle grandi attenzioni (spesso anche molto interessate) che lo hanno circondato per decenni. Viveva nel suo mondo, volava alto come i suoi angeli «con un’ala sola» che possono librarsi «ma devono rimanere abbracciati». Fu Gino Veronelli per primo negli Anni Sessanta a scoprire, con l’aiuto del canellese Beppe Orsini, quell’omino sempre indaffarato dagli occhi chiari che battezzò il «Grappiol l’angelico». Nel suo cortile a Neive sono passati negli anni in pellegrinaggio personaggi famosi e centinaia di troupe televisive: «Sono un collezionista di strette di mano» annotava incuriosito. Un monumento vivente, schivo e senza alcun bisogno di farsi pubblicità. Bastava il passaparola. Anche su Internet le sue bottiglie d’autore sono scambiate da cento euro in su. E ci sono perfino quelle false. Romano Levi coltivava un rapporto intenso con i suoi vignaioli che gli portavano le vinacce: dolcetto, barbere e nebbiolo. Con alcuni come Angelo Gaja e Romano Dogliotti ha avuto un legame strettissimo. Da qualche anno lavoravano con lui Bruno, Franco, Fabrizio e Mauro (la squadra di distillatori). Cinque quintali di vinacce per ogni carica per avere 30 litri di distillato a 50 gradi. Finivano in bottiglie tutte uguali, con il tappo di sughero e le etichette dove la scritta riportava ancora l’antica dicitura «Distilleria Levi Serafino, Neive (Alba)». Tutto questo non dovrà svanire. Urge che a Neive salvino la casa-distilleria, la grappa, le cose di Romano perché da ieri il cielo di Langa ha una stella in più.

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ALAMBICCO E MATITE
Il grande distillatore di spiriti e umanità

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NEIVE
Era seduto in poltrona, accanto al letto della sorella Lidia, nella Casa di riposo di Neive. Come ogni giorno, aveva cenato con lei dopo aver lavorato in distilleria. Ma l'altra sera il cuore non ha retto e a 79 anni Romano Levi ha detto addio al suo alambicco, ai suoi fiammiferi e al suo pennino. Lo ha fatto in silenzio, così come in silenzio ha trascorso tutta la sua vita. Il chiasso era intorno, non dentro di lui. «Grazie Romano, grazie che ci siamo incontrati» dicono sui manifesti i produttori della Bottega di Neive ricordando una delle sue etichette più belle. «La donna selvatica scavalica per l'ultima volta le colline per accompagnare in cielo l'anima buona del grappaiol'angelico» sono invece le parole scelte dal Comune, unendo un'altra celebre figura alla definizione che gli diede Luigi Veronelli. «Grande distillatore di poesia e umanità, indimenticabile protagonista di queste colline» si legge nella partecipazione dell'Enoteca di Barbaresco. Frasi che cercano di raccontare un personaggio sfuggevole, un piccolo grande uomo che per oltre sessant'anni ha vestito di parole, emozioni e colori le sue bottiglie di grappa. Un'avventura iniziata nel 1925 dal padre Serafino. «Mio padre è morto nel '33, ed è come se non l'avessi mai conosciuto - confidò una volta a Luigi Sugliano, autore due anni fa di un bel volume con le fotografie di Bruno Murialdo -. Avevo cinque anni e i polmoni avevano appena fatto in tempo a scoprire il respiro della grappa, i miei occhi avevano visto ancora pochi carri attraversare il cortile. L'alambicco a fuoco diretto è stata l'eredità che ci ha lasciato». Dodici anni dopo, nel '45, anche la mamma muore «e io ho semplicemente accontentato il destino». Il destino e migliaia di clienti, che ogni giorno facevano la fila nel cortile della sua casa, speranzosi di avere almeno una bottiglia e un tocco di colore sull'etichetta. «Venivano da tutto il mondo, solo pochi giorni fa c'era il cortile pieno di stranieri» dice Bruno Giacosa, amico fin dall'infanzia e grande produttore, con la cantina proprio dall'altra parte della strada. «Romano aveva un cuore d'oro. E' stato testimone alle mie nozze, forse l'unica volta che l'ho visto con una cravatta. Viveva solo per il lavoro e per la grappa, non andava mai in ferie, non si spostava mai. La Langa perde un altro grande personaggio, ma il segno di Romano resterà indelebile per sempre». Fu Giacosa a far incontrare Romano Levi e Cesare Giaccone. «Ci conoscemmo all'inizio degli Anni Settanta - ricorda il cuoco di Albaretto Torre -. Arrivava ogni volta con personaggi straordinari, ma conservando sempre la stessa modestia e generosità. Ho tanti ricordi bellissimi, come quando per la prima comunione di mio figlio Oscar disegnò una rondine e scrisse ‘’Oggi il mondo è in festa’’». «Mi ha sempre ricordato il fanciullo di Pascoli» dice il dottor Piergianni Benso, che lo ha assistito negli ultimi vent'anni con la sorella Lidia. «Aveva la dote di rendere migliore chiunque avesse la fortuna di incontrarlo». Ma tutto ciò era la conquista di chi sapeva andare oltre al suo carattere ruvido e schivo. Qualche anno fa, davanti al cancello della sua casa, arrivò l'allora ministro all'Economia Domenico Siniscalco, con auto blu e uomini della scorta. Dopo due ore di anticamera, Romano lo accolse. «Sarei onorato di avere un paio delle sue bottiglie» gli disse il ministro. Perfido e angelico, il grappaiolo si rinchiuse per un'altra mezz'ora nella stanza delle etichette. Quando uscì, aveva due bottiglie in mano: «Ecco, queste sono per gli uomini della sua scorta». «Grazie mille, e per me?». «Mi spiace, non ne ho più. Provi a ripassare un'altra volta». E così nacque un buon legame. Beppe Orsini, grande amico e suo biografo pressoché ufficiale, oggi dirà poche parole: «Romano se n'è andato via con umiltà e dolcezza, come ha sempre vissuto. Conserveremo nel cuore l'amicizia e l'amore che ci ha dato con generosità».

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Una poesia corretta grappa
Romano Levi
Scompare a 80 anni Romano Levi: con lui l'alambicco diventò arte
SERGIO MIRAVALLE
NEIVE (Cuneo)
Le sue bottiglie di grappa chi le ha le conserva spesso senza neppure aprirle. «Parlano» quelle etichette disegnate con inchiostro di china e matite colorate. Raccontano storie ed epopee che hanno creato il mito di Romano Levi il «grappaiol’angelico». Lo battezzò così Luigi Veronelli che lo scoprì a metà degli Anni ‘60 e iniziò a raccontarlo.

Il romanzo di questa vita semplice e straordinaria, passata accanto al vecchio alambicco a fuoco continuo, ereditato dal padre Serafino, si è interrotto ieri notte. Romano Levi si è spento nella casa di riposo di Neive che condivideva con la sorella Lidia. Ne usciva ogni giorno per seguire il lavoro dei suoi 4 collaboratori impegnati a distillare le vinacce. Avrebbe compiuto 80 anni in novembre, amava contare la sua vita in fiammiferi. Ne aveva accesi finora 63: uno all’anno, da quell’autunno del ‘45 quando per la prima volta, dopo la morte della madre, ebbe a 17 anni la responsabilità di avviare la caldaia della distilleria.

Era un «omino» sempre indaffarato, dai grandi occhi chiari. Senza mai essersi mosso da Neive, tra Langa e Monferrato, era diventato uno dei miti del «made in Italy». Non faceva pubblicità, centellinava le apparizioni pubbliche, non partecipava a fiere e non aveva neppure un opuscolo da distribuire. Eppure per conoscerlo c’è gente che ha viaggiato per migliaia di chilometri. Semplici appassionati (c’è anche un fans club su internet) e vip, come Andrea Bocelli, Michael Schumacher e Paolo Conte.

I clienti arrivano alla vecchia cascina-distilleria sullo stradone per Alba. Le loro auto spesso hanno targa straniera. Non ci sono insegne. Se dalla piccola ciminiera esce fumo bianco e leggero è il segnale che la distilleria sta lavorando. Il fuoco viene acceso ogni anno dopo la vendemmia e va avanti per mesi, fino a primavera. E’ alimentato con i residui compressi dei graspi e dei vinaccioli distillati l’anno prima. Le ceneri sono date ai produttori che hanno portato le vinacce fresche per concimare le vigne. Non si spreca nulla, è l’ecologia del buonsenso.

Dal vecchio alambicco in rame esce la grappa. Diventava «l’oggetto del desiderio» solo dopo che Levi la metteva nelle bottiglie a fiasca di vetro chiaro e le «vestiva» con le etichette da lui disegnate a mano. Disegnate? Non proprio e non solo. In quei pochi centimetri di carta dai bordi frastagliati, Levi ha sussurrato e gridato per anni le sue emozioni. E così la donna diventa «selvatica che scavalica le colline», gli angeli hanno un’ala sola e possono volare restando abbracciati, il sole insegue la luna che non si lascia prendere. E «c’è troppa luce per non credere nella Luce». Ma anche dediche di vita quotidiana.

I clienti salivano in pellegrinaggio. «Mi pare di essere il Padre Pio della grappa», raccontava divertito. Gli lasciavano biglietti da visita e gli portavano civette di ogni materiale. «Una raccolta che ho iniziato per caso - spiegò - amo gli animali e non è vero che la civetta porta male».

Levi appariva rustico con tutti: non più di 2 bottiglie a testa, altrimenti c’è gente che le paga 20 euro l’una e le rivende a 150. Ogni tanto la Finanza gli comunicava che ne aveva sequestrate di false. Nella sua stanza con una sola finestra ha accolto il mondo diventando «collezionista di strette di mano». Sarà sepolto oggi alle 15 nelle sua Neive, dove vogliono trasformare la sua casa-distilleria in museo della grappa.