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FRACISCIO/Personaggi & Autori

FRACISCIO, il paesino è piccolo, gli abitanti in pianta stabile meno di 200, forse sono meno oggi di quanti furono un tempo. Eppure Fraciscio un suo posto nella storia, nell’arte e nella letteratura ce l’ha. È innanzitutto il luogo che, due secoli fa, ha dato i natali a don Luigi Guanella, prete che la Chiesa ha già proclamato Beato e che un giorno non lontano ci si attende di vedere elevato alla gloria degli altari, conosciuto in tutto il mondo come uno dei maggiori “apostoli dei diseredati”. Di qui, per essere esatti dell’alpeggio Gualdera, fu anche un pittore -e non fu solo questo, fu anche notaio e console di giustizia- Giovan Battista Macolino, che un volume edito dal Centro Studi Valchiavennaschi qualifica come “l’unico pittore locale ad avere lasciato un’impronta significativa nella storia dell’arte in Valchiavenna e Valtellina”. Passiamo alla letteratura. La nostra ricerca, che non ha pretese scientifiche ed esaustive, ci ha già portato a fare interessanti scoperte. Di Fraciscio, o più in generale della Valle Spluga, hanno scritto fior di scrittori. Ne abbiamo finora individuati 7. Contiamo sulle segnalazioni aggiuntive che ci potranno pervenire dai “frequentatori” di questo sito.
Sono nati
a Fraciscio
 
Hanno scritto
di Fraciscio
e dintorni
 

Beato
don Luigi
GUANELLA

Giosuè
CARDUCCI
       
Giovan
Battista
MACCOLINO
Dino
BUZZATI
       
don Abramo
LEVI
Carlo
CASTELLANETA
       
   

Roberto
CAMERANI

       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       

Beato LUIGI GUANELLA

Fraciscio
Personaggi

SACERDOTE EDUCATORE
FONDATORE
della Congregazione
delle Figlie di s.Maria
della Provvidenza
e dei Servi della Carità

 

Fraciscio (So)
19 dicembre 1842
Como
24 ottobre 1915

maggiori informazioni sul Beato Luigi Guanella
su: www.guanelliani.it

      www.donguanellafamily.org,
il sito dell’Ordine dei Guanelliani.

    
il sito delle Figlie di Santa Maria della Provvidenza
         Opera femminile del Beato Luigi Guanella

      wwwcgfsmp.org
Nato a Fraciscio di Campodolcino (So), diocesi di Como, il 19 dicembre 1842, da Lorenzo e Maria Bianchi. Frequentò a Como i corsi umanistici nel Collegio Gallio e quelli di filosofia e teologia nei seminari diocesani; ordinato sacerdote il 26 maggio 1866. Fin dai primi anni di ministero manifestò zelo apostolico ardente e una predilezione per i poveri e gli inabili psico-fisici. Prese contatto con l'Opera del Cottolengo e con don Bosco, presso cui si recò nel 1875, legandosi per 3 anni alla Pia Società Salesiana. Richiamato dal vescovo, riprese il ministero in varie parrocchie della diocesi e infine a Pianello Lario (Co). Nell'aprile 1886 fondò a Como la Casa della Divina Provvidenza e, sotto la sua guida spirituale, il piccolo gruppo di religiose divenne ben presto la Congregazione delle Figlie di s.Maria della Provvidenza. Da allora si prodigò per creare opere caritative in varie parti d'Italia, Stati Uniti e Svizzera. Condivise questo suo slancio apostolico, oltre che con le suore, con un gruppo di sacerdoti e fratelli, i Servi della Carità, detti anche Guanelliani. Per aiutare i morenti, istituì la Pia Unione del Transito di s.Giuseppe, fondò chiese e opere per gli emigranti, diede inizio alla bonifica del Pian di Spagna, dove sorse Nuova Olonio con le istituzioni della parrocchia-santuario e della Casa Madonna del Lavoro, corse in aiuto dei terremotati della Marsica (1915). Morì a Como il 24 ottobre 1915. È stato proclamato “Beato” da papa Paolo VI il 25 ottobre 1964.

Giovan BATTISTA MACOLINO

Fraciscio
Personaggi

PITTORE
NOTAIO
e CONSOLE
DI GIUSTIZIA

Gualdera di Fraciscio (So)
1604
Chiavenna
28 dicembre 1673

GUIDO SCARAMELLINI
SIMONETTA CRIPPA
I Macolino
pittori chiavennaschi del Seicento
Illustrazioni a colori e in bianco/nero - pp. 380
Centro Studi Storici Valchiavennaschi - 1994

L’unico pittore locale ad aver lasciato un’impronta significativa nella storia dell’arte del Seicento è
Giovan Battista Macolino di Gualdera, il cui figlio omonimo continuò l’attività…


Le opere dei MACOLINO

Fraciscio
Autori

PITTORE
NOTAIO
e CONSOLE
DI GIUSTIZIA

Giovan Battista Macolino il vecchio
(Gualdera di Fraciscio 1604 - Chiavenna 1673)
Giovan Battista Macolino il Giovane
(Chiavenna 1636? - Chiavenna 1696)
Tomaso Macolino
(Chiavenna 1640 - 1699)

Giovan Battista Macolino il vecchio Giovan Battista Macolino il Giovane

IN VALLE SPLUGA
Dalò, Chiesa di s.Michele - s.Michele arcangelo schiaccia il drago, olio su tela 184x118
Gallivaggio, Osteria del Santuario - Madonna del rosario con bambino, affresco 103x80
Pianazzo, Parrocchia di s.Maria Maddalena - Noli me tangere, olio su tela 150x118
San Giacomo Filippo, Chiesa di s.Guglielmo - s.Guglielmo eremita e i fedeli, affresco 235x475; s.Guglielmo e lo Sposalizio della Madonna, affresco 168x206; Madonna con il bambino tra s.Bartolomeo e s.Caterina, affresco 138x275; Madonna con il bambino e angelo, affresco (deteriorato) 168x103; Esequie di s.Guglielmo, olio su tela 227x462
San Giacomo Filippo, Parrocchia - Madonna con bambino, G.G e a:Rosiroli, affresco 194x288
ALTROVE OPPURE IN ALTRI LUOGHI
Chiavenna - So (casa Pellizzari; chiesa di s.Giovanni; chiesa di s.Maria; ex-Chiesa di s.Giuseppe; Palazzo Pretorio; magazzini, sacrestia e tesoro della Collegiata di s.Lorenzo)
Coloredo di Gordona - So (Chiesa dei ss.Anna e Francesco d’Assisi)
Era di Samolaco - So (casa parrocchiale; Chiesa di s.Andrea di Montenuovo)
Fontaniva di Arigna - So (sacrestia della Parrocchia dei ss. Carlo Borromeo e Matteo)
Lierna - Lc - (Oratorio del Crocefisso)
Montagna in Valtellina - So (oratorio della Parrocchia di s.Giorgio)
Nobiallo di Menaggio - Co (Santuario della Madonna della pace)
Paiedo di Samolaco - So (Chiesa di s.Francesco)
Pigniu - Grigioni - CH (Parrocchia di s.Valentino)
Prata Camportaccio - So (Parrocchia di s.Eusebio; Crotti di Berzo)
Rasura - So (Parrocchia di s.Giacomo)
Rueun - Grigioni - CH (Parrocchia di s.Andrea)
Sagogn - Grigioni - CH (Parrocchia dell’Assunzione)
Salouf - Grigioni - CH (Oratorio della Madonna del rosario nella Parrocchia di s.Giorgio)
San Carlo di Chiavenna - So (Chiesa di s.Carlo)
Santa Croce di Piuro - So (Palazzo della Giustizia)
Sazzo - So (battistero della Parrocchia di s.Luigi)
Sondrio (Palazzo Sassi, sede del Museo valtellinese di storia e di arte)
Traversa di Gravedona - Co (Chiesa di s.Martino)
Vella - Grigioni - CH (Parrocchia di s.Vincenzo a Pleif)
Villa di Chiavenna - So (Parrocchia di s.Sebastiano)
IN VALLE SPLUGA
San Giacomo Filippo - Chiesa di s.Guglielmo - s.Guglielmo creato cavaliere, affresco 285xa75)
ALTROVE
Bette - So (Chiesa di s.Gregorio)
Chiavenna - So
(ex-chiesa di s.Fedele)
Cola di Novate Mezzola - So (Chiesa di s.Antonio abate)
Mese - So (Chiesa della Madonna delle grazie al Peverello)
Mulegns - Grigioni - CH (Casa Rompani; Parrocchia dei ss. Gaudenzio e Francesco)
Piantedo - So (Parrocchia di s.Maria nascente)
Prata Camportaccio - So (Parrocchia di s.Eusebio)
Tomaso Macolino

Anche un altro figlio, Tomaso, fu pittore, seppure non come occupazione principale, che fu dapprima quella di musico di corte a Monaco di Baviera, poi amministratore delle ferriere del Fichtelberg in Baviera settentrionale per conto del duca di Wittelsbach. Caduto in disgrazia, morì di crepacuore sullo spirare del secolo. Un lungo lavoro di ricerca permette ora di togliere il pittore dall'"immeritato oblio in cui giace il suo nome" (Buzzetti) e di procedere nello studio e nell'individuazione di altre opere dei Macolino, quasi certamente presenti nella regione alpina compresa tra il Lario e il cantone dei Grigioni.

Le opere dei MACOLINO

Fraciscio
Autori
PITTORE
NOTAIO
e CONSOLE
DI GIUSTIZIA

Giovan Battista Macolino il vecchio
(Gualdera di Fraciscio 1604 - Chiavenna 1673)
Giovan Battista Macolino il Giovane
(Chiavenna 1636? - Chiavenna 1696)
Tomaso Macolino
(Chiavenna 1640 - 1699)
Dalò, Chiesa di s.Michele - s.Michele arcangelo schiaccia il drago, olio su tela 184x118
Gallivaggio, Santuario - Madonna del rosario con bambino, affresco 103x80
Pianazzo, Parrocchia di s.Maria Maddalena - Noli me tangere, olio su tela 150x118
San Giacomo Filippo, Chiesa di s.Guglielmo - s.Guglielmo eremita e i fedeli, affresco 235x475
San Giacomo Filippo, Madonna con bambino e angelo, affresco (deteriorato) 168x103.
Giovan Battista Macolino il Giovane
San Giacomo Filippo - Chiesa di s.Guglielmo - s.Guglielmo creato cavaliere, affresco 285xa75)

 

 

San Giacomo Filippo, Chiesa di s.Guglielmo - Esequie di s.Guglielmo, olio su tela 227x462

San G iacomo Filippo, Parrocchia - Madonna con bambino, G.G e a:Rosiroli, affresco 194x288
 

 


Giosuè CARDUCCI

Fraciscio
Autori
POETA e SCRITTORE
PREMIO NOBEL
PER LA LETTERATURA

Poeta e critico letterario. Dal 1860 al 1904 insegnò all’Università di Bologna, premio Nobel nel 1906. Dopo una giovinezza repubblicana, si avvicinò alla monarchia e ne divenne il “vate ufficiale”. L’opera poetica, dall’ispirazione antiromantica e anticlericale delle prime raccolte (Juvenilia 1850-60, Levia Gravia 1861-71, Giambi ed Epodi 1867-79) si svolge con le grandi evocazioni storiche e i momenti d’intensa malinconia delle Rime Nuove, 1861-87, e delle Odi Barbare, 1877-1889, cosiddette perché tentano di riprodurre in italiano la metrica quantitativa dei classici, fino alle composizioni di tono celebrativo di Rime e Ritmi (1887-99). L’attività critica concilia inquadramento storico e indagine stilistica. Degli spiriti e delle forme nella poesia di G.Leopardi (1898), Il Parini Minore (1903), Il Parini Maggiore (1904).


da Le Garzatine - Enciclopedia generale 2003

 

Valdicastello (Lu)
1835
Bologna
1907

Carducci ha amato profondamente il paesaggio alpino, scenario di alcune liriche (fra le altre, Mezzogiorno alpino, Cadore, Piemonte, Per l’ostessa di Gaby, Elegia del monte Spluga) e ha frequentato le località più rinomate delle Alpi, cadorine e valdaostane. Ma fra queste acquista un rilievo tutto particolare Madesimo in Valtellina che per diciassette anni (1888-1905) fu il suo soggiorno estivo per la cura delle acque e i bagni idroterapici. “Il soggiorno è ameno, in una bellissima valle alpina; ma freddo. Ciò non ostante ho cominciato i bagni […]. E poi cammino assai. Il vino è assai buono e non caro” (a Cesare Zanichelli ). “Io non sto allo Stabilimento, ma nella Villa Adele, che è il più bel fabbricato del luogo: ho una camera ben mobiliata, decentissima, comodissima, esposta non si potrebbe desiderar meglio” (a Giulio Gnaccarini, 28 Luglio 1888)Per le vacanze estive, Carducci soggiornò ripetutamente a Madesimo per 17 anni (1888-1905). Ricordo di quel periodo è la sua composizione Elegia del monte Spluga.
Per le vacanze estive, Carducci soggiornò ripetutamente a Madesimo per 17 anni (1888-1905). Ricordo di quel periodo è la sua composizione Elegia del monte Spluga.

ELEGIA
DEL MONTE SPLUGA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ELEGIA
DEL MONTE SPLUGA

 

 

No, forme non eran d'aer colorato né piante
garrule e mosse al vento: ninfe eran tutte e dee.
E quale iva salendo volubile e cerula come
velata emerse Teti da l'Egeo grande a Giove:
e qual balzava da la palpitante scorza de' pini
rosea, l'agil donando florida chioma a l'aure:
e qual da la cintura d'in cima a' ghiacci diasprati
sciogliea, nastri d'argento, le cascatelle allegre.
Sola in vett'a un gran masso di quarzo brillante al meriggio
in disparte sedevi, Lorely pellegrina:
solcavi l'aurea chioma con l'aureo pettine, lunga
la chioma iva per l'alpe, vi ridea dentro il sole.
In un tempio a larghe ombre di larici acuti le Fate
stavan, occhi fiammanti ne la gemma de' visi:
serti di quercia al crine su le nere clamidi nero,
scettri avean d'oro in mano: riguardavano me.
-Orco umano, che sali da' piani fumanti di tedio,
noi la ti demmo: aveva gli occhi color del mare.
Or tu ne vieni solo. Che festi di nostra sorella?
L'hai divorata?- E fise riguardavan pur me.
-No, temibili Fate, no, soavi ninfe, lo giuro:
ella è volata fuori de la veduta mia.
Ma la sua forma vive, ma palpita l'alma sua vita
ne le mie vene, in cima de la mia mente siede.
Con la imagine sua dinanzi da gli occhi tuttora
che mi arde, con la voce che dentro il cor mi ammalia,
suono di primavera su 'l tepido aprile dormente,erro
soletto il mondo, tutto di lei l'impronto.
Ecco, voi Fate e ninfe, paretemi, e siete, lei sola:
anzi in mia visïone v'ho create io di lei.
Ma ella dove esiste?- Lamenti scoppiarono, e via
sparver le ninfe in aria, via sotterra le Fate.
E vidi su gli abeti danzar li scoiattoli, e udii
sprigionate co' musi le marmotte fischiare.
E mi trovai soletto là dove perdevasi un piano
brullo tra calve rupi: quasi un anfiteatro
ove elementi un giorno lottarono e secoli. Or tace
tutto: da' pigri stagni pigro si svolve un fiume:
erran cavalli magri su le magre acque: aconíto,
perfido azzurro fiore, veste la grigia riva.


Spluga, 1°-4 settembre 1896


 

Dino BUZZATI

Fraciscio
Autori
GIORNALISTA, SCRITTORE E PITTORE

Scrittore, giornalista, redattore e inviato del Corriere della sera (sulle cui pagine è stato anche critico d'arte), è autore di una vasta produzione narrativa (Bàrnabo delle montagne, 1933; Il segreto del Bosco Vecchio, 1935; Il deserto dei tartari (il suo capolavoro), 1940; I sette messaggeri,1942; Paura alla Scala, 1949; Il crollo della Baliverna, 1954; Sessanta racconti, 1958, premio Strega; Un amore, 1963; Le notti difficili, 1971, di drammi (Un caso clinico, 1953) e di libri che nascono essenzialmente dall'incontro tra testo e illustrazioni, anch'esse opera dello stesso Buzzati (Poema a fumetti, 1969; I miracoli di Vai Morel, 1971). Allegorie inquietanti, spunti surreali, invenzioni fantascientifiche, dati di cronaca (o di pseudocronaca), che sembrano rimandare a possibili realtà rnetafisiche, coesistono nelle sue pagine, gravide di un'atmosfera magica, di un senso d'angoscia dinanzi alla paradossalità del destino. Buzzati coltiva le proprie idiosincrasie, restituendole in forme narrative e visive, dove l'avvenimento fantastico costituisce una possibilità di fuga dalla realtà piccolo-borghese. Spesso il “favoloso”dei romanzi di Buzzati nasce da motivi autenticamente fiabeschi, derivati dalla cultura dell'autore caratterizzata da un gusto nordico o addirittura “gotico".


da La Garzantina - Letteratura - 2003


San Pellegrino (Bl)
16 ottobre 1906
Milano
28 gennaio 1972


 

 

 

 

 

Correva l’anno 1967. Pochi giorni prima dell’inaugurazione e dell’apertura della funivia del Groppera e della pista sciistica che da questa cima scende a precipizio, Dino Buzzati -in quanto appassionato e competente di sci e di sport alpini- fu inviato dal Corriere della Sera a Madesimo per seguire l’avvenimento. Il giorno dopo, come fondo sul maggior quotidiano d’Italia, uscì l’articolo di Buzzati. Era intitolato Il Canalone, un pezzo di alto giornalismo con il quale la pista, un’opera d’arte, veniva consacrata con il nome che ancora oggi porta.
IL CANALONE
Si può presentare una pista di sci come un'opera d'arte senza cadere nella vuota retorica? lo penso di sì. E allora se i confini dell'arte sono ormai tanto elastici, è poi tanto irriverente definire capolavoro la pista dei Groppera sopra Medesimo? Se la sorvolate in elicottero, vi sembrerà soltanto uno dei tanti canaloni che solcano i fianchi di queste montagne, le quali non vantano straordinari splendori. Se invece la percorrete in sci, vi sentirete aprire a una travolgente meraviglia. Gli sciatori che me ne hanno parlato -e alcuni di essi conoscevano bene l'intero repertorio sciistico d'Europa- sono stati concordi: è la più bella pista delle Alpi. Infatti quando sono uscito dalla stazione sommitale della funivia, esattamente a 2.960 metri, e mi sono affacciato alla svasatura che precipita di sotto, la prima volta confesso di essere rimasto perplesso. Dal ballatoio non si può ancora scorgere l'enorme imbuto, ma se ne scorge appena l'inizio. E la pendenza e la livida penombra non lasciano presagire nulla di buono. Si mettono gli sci, si traversa a destra per una trentina di metri in scivolata diagonale, ci si immerge col batticuore nel baratro. La pista non è stata battuta, la neve non sarà assestata, le virate su di un pendio così severo saranno un problema. E se si cade dove ci si fermerà? Ma la neve tiene, benché non battuta, esposta a nord com'è, ha, fino a metà giugno, la perfezione tipica dell'alta montagna. Le concavità dei primo erto cunicolo lusingano i movimenti aiutando le curve con elastico rimbalzo da un versante all'altro. Ben presto la stazione della funivia scompare lassù in alto, ci si trova immersi nel cuore dei canalone. E all'improvviso le rocce, le creste, i contrafforti, le gobbe che da lontano parevano insulse forme, acquistano, visti da presso, una intrigante personalità. Che cos'è un canalone? Perché, rispetto alle piste aperte che sono la grandissima maggioranza, offre singolari voluttà? Il canalone è un corridoio, uno scosceso viale, una lunga prigione in cui si resta chiusi. Da una parte e dall'altra impraticabili quinte di rupi. C'è molto più carica di solitudine. C'è un gioco molto più fantastico di luci e di suoni: e c'è l'incanto della intimità, lo stesso che si assapora in parete, su per i grandi camini e diedri, intimità veramente simile a quella della nostra camera da letto; per cui le lingue di neve, le infossature, i macigni, gli aerei baldacchini assumono un'espressione pressoché umana. Si direbbe che qualcuno ci aspetti, che ci spii tra le rocce. Ogni angolo, cavità, anfratto, sembra invitarci a restare, promettendo misteriose beatitudini. Nei canaloni, non sulle pareti o sulle creste, vivono gli elfi, i gnomi, gli antichi spiriti della montagna. Attraverso il favoloso scenario, la pista si incurva, si allarga, spaziando in vertiginosi anfiteatri, si raccoglie a cucchiaio, concede respiro, poi si restringe di nuovo, si impenna come se dietro quella gobba si spalancasse un impossibile abisso. Ma anche l'erta strettoia fa di tutto per non scoraggiare come le curve sopraelevate dei velodromi felici, anzi trascina agilmente gli sci in armoniosi zig zag che riescono da soli. Quindi si allarga ancora in maestose cavee ciascuna delle quali ha una luce particolare, un'espressione e una atmosfera diversa dalle altre. Altri due canaloni sono giustamente famosi nelle nostre Alpi, tutti e due sopra Cortina: le Tofane e il Cristallo. Quello del Groppera (che brutto, zotico e inelegante nome però), li supera per potenza architettonica. Mille metri secchi di dislivello, tre chilometri e mezzo di percorso. Dopodiché il divino toboga si estingue a ventaglio su di un vasto pianoro. E qui riprende la febbre. Presto allo ski lift che riporterà su alla stazione intermedia della funivia, tornare in cima, rimettere gli sci, buttarsi ancora giù per il favoloso scivolo, scrivere sull'innominabile cateratta bianca irrigidita tra i dirupi, la nostra piccola fatua personale illusione. Fino a quando?

 

don Abramo LEVI

Fraciscio
Autori
SACERDOTE
SCRITTORE
e SAGGISTA


Abramo Levi è nato a Fraciscio di Campodolcino (So) nel 1920. Prete nel 1943.
Tra le sue pubblicazioni:
Teresa di Lisieux; ed. Vallecchi, 1967.
Un vescovo fatto popolo, Oscar A. Romero; Morcelliana, 1981.
Lettere dalla Valtellina; Cens, 1987.
Il mostro e la sapienza; Gribaudi, 1989.
Spartiacque; L’officina del libro, 1994
.


Articolo del quotidiano "La Provincia di Sondrio" sulla morte di Don Abramo.

 

Fraciscio (So)
8 febbraio 1920
Sondrio
25 Agosto 2007



.

ABRAMO LEVI
Spartiacque
Illustrazioni in bianco/nero - pp. 160
L’officina del libro - 1994 - Prezzo: 10.00 €

 

 


Il racconto si dipana lungo il sentiero che risale la valle sotto al pizzo Stella, in Valle Spluga, e raggiunge il valico che segna lo spartiacque tra il bacino del Mare del Nord e il Mediterraneo. Attraverso l’occhio di una cinepresa e un misterioso manoscritto, si aprono, su vari piani, scene del passato recente e di quello millenario della valle.

Al suo paese natale, Fraciscio, e alla sua valle, la Val di Giüst, don Abramo Levi ha dedicato un libro: Spartiacque. Il racconto si dipana lungo il sentiero che risale la valle sotto al pizzo Stella, in Valle Spluga, e raggiunge il valico -chiamato “il Vertice”- che segna lo spartiacque tra il bacino del Mare del Nord e il Mediterraneo. Attraverso l’occhio di una cinepresa e un misterioso manoscritto, si aprono, su vari piani, scene del passato recente e di quello millenario della valle.

… «Vediamo come il nostro manoscritto descrive la zona che stiamo osservando:
Brulla, dalle rocce nude, aspre, lacerate dai ghiacci, tormentate dai venti, aperta a tutte le intemperie, questo valico che i montanari chiamano latinamente culmen, presentava anche nella piena estate, la visione desolata di una natura morta. Due laghi incastonati tra le livide rocce ricreavano alquanto col loro azzurro cupo l'occhio del viandante che vi si avventurava. Il Lago Nero da una parte, verso la Sosta, e il Lago delle Streghe dall'altra, verso Valpiana.
D'inverno tutto spariva sotto la neve e i ghiacci. Solo una croce elevatavi nel mezzo dalla fede dei montanari segnava la via da passare e con le sue braccia tese proteggeva i viandanti dalla furia degli elementi».
«Come mappa è un po' schematica -commentò il Battista quand'ebbe finito di leggere-. Qui ci sono parecchi altri laghi e laghetti, ciascuno con il proprio nome e la sua storia. Sennonché il manoscritto ha una sua storia da raccontare e in questa storia entrano solo questi due laghi: uno il lago della disperazione, l'altro della speranza. In mezzo, la Croce. Facciamo ora una verifica di tutta la storia raccontata nel manoscritto. Una storia di contrabbandieri fatta passare come una storia di cacciatori».
«È da dire -a giustificazione del manoscritto- che al tempo di Piero e Raffaele il divario fra cacciatori e contrabbandieri a stento si sarebbe potuto notare. Né i contrabbandieri, e questo va da sé, ma neanche i cacciatori erano in regola con la legge. Porto d'armi, licenza di caccia eran frivolezze da signori per gli uomini di quel tempo. Il grande principio che governava la caccia era che, se si mirava giusto, l'animale selvatico cadeva anche se il cacciatore non aveva in tasca la licenza. Ma, a parte questo, ciò che riduceva ulteriormente il divario tra cacciatori e contrabbandieri era che sia gli uni sia gli altri lo facevano per ragioni di sopravvivenza, spinti da necessità, proprio come i cacciatori che in tempi antichissimi avevano trovato una specola sù al Pian dei Cavalli da dove controllare i movimenti della selvaggina.
«Ma ora palpiamo il manoscritto per saggiarne i punti di minore resistenza, sfrondati i quali verrà fuori una storia di contrabbandieri invece che di cacciatori»...

Carlo CASTELLANETA

Fraciscio
Autori


SCRITTORE
e SAGGISTA





Carlo Castellaneta ha esordito nel 1958 con il romanzo Viaggio col padre, che ha inaugurato un’ininterrotta stagione narrativa. Tra le sue numerose opere ricordiamo: Villa di delizia (1965), La paloma (1972), Notti e nebbie (1975), Ombre (1982), Passione d’amore (1987), Le donne di una vita (1993) e L’amore immaginario (1998).
Ha pubblicato, tra l’altro: Dizionario dei sentimenti, Milanesi si diventa e Amare Milano.
Parte della sua infanzia l’ha trascorsa a Fraciscio, dove era sfollato con la famiglia durante il periodo più cruciale (1943-1945) dell’ultima guerra.

Milano
8 febbraio 1930
vivente


Al suo periodo d’infanzia trascorso a Fraciscio, Castellaneta ha dedicato numerosi articoli su giornali e riviste. Uno dei più recenti e significati è quello apparso sul Corriere della Sera, intitolato: La mia Valle Spluga, in cui rievoca il ricordo della tragica ecatombe attuata dalle milizie nazi-fasciste su per le balze che portano al Lago Nero nei confronti di un gruppo di partigiani che si era aqquartierato all’alpeggio dell’Angeloga

LA MIA VALLE SPLUGA

Quel paese, Fracisicio non lo avevo mai sentito. Lo nominò la prima volta mio padre, un giorno del 1942, per annunciare a me dodicenne e ai miei fratelli più piccoli che saremmo sfollati lassù in montagna, per sottrarci ai bombardamenti inglesi su Milano.
Certo no potevo immaginare, partendo in treno per Chiavenna e da li in corriera per Campodolcino, che a Fraciscio, in quel borgo di rudi montanari a 1300 metri d'altezza, dove la strada finiva sul sagrato della chiesa, io avrei passato tre anni straordinari, fino alla conclusione della guerra.

Ci sistemammo in una casetta a due piani presa in affitto da un falegname, dove il riscaldamento esisteva solo al piano terreno ed era fornito da una primordiale stufa di forma cubica detta pigna.
Cinquant'anni fa nei paesi della Valle Spluga erano rare le abitazioni che disponevano di caloriferi, ma soltanto di caminetti nelle da letto, e della pigna nel tinello. Ogni casa ne possedeva una, ricoperta da uno spesso lastrone di pietra, e sopra la pigna l'intera famiglia, tolti gli scarponi, prendeva posto per conversare, per riposare, per fumare, e le donne per cucire e sferruzzare.
Per noi ragazzi di città il primo effetto positivo dello sfollamento a Fraciscio (dove esisteva appena un'approssimativa scuola elementare) fu l'interruzione degli studi, poi proseguiti con lezioni private e quindi una totale disponibilità di tempo libero. Eravamo arrivati in autunno, con i larici che si tingevano di rosso, e presto vedemmo la neve ricoprire alberi e tetti e campi trasformando il paesaggio in un immenso biancore.
Anche da piccolo avevo amato la montagna, ma trovarmi immerso nella natura come se vi abitassi, mi trasformò in breve in un vero piccolo alpino. Ogni giorno imparavo qualcosa: a usare il segürin per spaccare la legna; a offrire il sale alle capre; a riconoscere le impronte degli animali sulla neve; a portare la gerla riempita dalle pigne che cadevano dai pini e servivano per alimentare la stufa; a servire Messa come chierichetto, a legare le fascine; a usare il falcetto; a portare la slitta e infine a sciare.
Quella dello sci fu per me una dura scuola. Fraciscio non aveva una sola pista degna di questo nome, né tantomeno impianti di risalita. Si veniva giù, sull'esempio dei ragazzi del posto, saltando i muretti e fermandosi con un telemark dove si poteva. Poi si doveva risalire a spina di pesce, io con degli smisurati sci di frassino che erano appartenuti a mio padre. Erano sci rigidi che si spezzavano facilmente al puntale, ma vi si riponeva rimedio inchiodandovi sopra un pezzo di latta...
Eppure con quegli arnesi di fortuna compii in quegli anni un apprendistato prezioso, che mi sarebbe servito da adulto. In genere andavamo a sciare nella vallata della Gualdera, dove le discese erano più dolci, ma l'ebrezza della velocità la provai soltanto a Madesimo, dove c'era una vera pista dietro l'Hotel Cascata.
L'unico divertimento che i ragazzi del luogo dividevano con noi sfollati era di potersi buttare a testa in giù sugli slittini, guidando con la punta degli scarponi, lungo lo stradone per Campodolcino che per tutto l'inverno rimaneva gelato. Ricordo certe notti di luna piena in cui si formavano brigate di slitta tori, dalla chiesa del paese fino al ponte della Rabbiosa (il torrente che scorreva nella valle) imbacuccati sotto il cielo stellato gareggiando in quella magica luce lunare. Poi si risaliva cantando, trascinando al guinzaglio le slitte, lo sguardo levato alla maestà del Pizzo Stella che dall'alto dominava il paesaggio, con un senso di felicità che ci ripagava dallo scarso cibo e del niente che avevamo.
Al 'arrivo della primavera riprendevo a esplorare i boschi del monte Groppera, a cercare erbe per l'insalata, a catturare le rane degli stagni della Mottala. I paesani miei coetanei mi guardavano con invidia a scorrazzare su e giù per i loro sentieri, mentre essi erano impegnati assieme ai genitori a falciare o a portare pesanti gerle di letame dalla stalla ai campi da concimare.
Imparo cosa fosse la povertà della gente di montagna quando entravo nelle loro case, dove un fumo nauseabondo esalava dalle fessure della pigna perchè (per risparmiare legna) vi bruciavano persino l' immondizia. E un altro odore rancido proveniva dal grande tavolo da pranzo, dove erano scavate dal legno vivo tante scodelle per ogni membro della famiglia, da riempire di polenta e latte.
E tuttavia, lo scoprivo nei miei vagabondaggi, c'erano borgate ancor più misere di Fraciscio, come il paesino di Starleggia arrampicato sulla montagna di fronte, sulla strada per raggiungere il Pizzo Quadro. D'estate le donne non portavano scarponi, ma solo rudimentali zoccoli fatti in casa, e con quelli seguivano le mucche all'alpeggio, le gambe sempre rigorosamente coperte di calze di lana nera, la testa in neri fazzoletti, sempre arcigne e sospettose con noi ragazzi di città.
Questa atmosfera di idillio alpestre cambiò bruscamente una sera del 1944. Al crepuscolo strani figuri dalle barbe lunghe e dai mitra a tracolla comparvero in paese, mentre una voce correva da una casa all'altra e gli usci venivano sprangati. Son qui i ribelli.
Li comandava il partigiano Tiberio (che a me parve subito una specie di Garibaldi) e nei giorni successivi cominciammo a familiarizzarci con la loro presenza, al punto che in breve tempo mi trasformai anch'io, senza volerlo, in staffetta partigiana. Isolati dal mondo, avevamo quasi dimenticato l'esistenza della guerra, e ora scoprivamo che era cominciata a nostra insaputa una guerra civile.
Ogni tanto, con disperazione di mia madre, un partigiano bussava alla mia porta per spedirmi subito a portare un messaggio al Lago Angeloga, dove i ribelli (così li chiamava la radio) avevano stabilito il loro comando alla Capanna Chiavenna. E una volta, che ancora ricordo con angoscia, mi toccò attraversare il bosco di Motta in piena notte per un'analoga missione presso il collegio di Don Re. Il buio era totale, ma io conoscevo la mulattiera sasso per sasso, anche se il sottobosco era scosso dai mille fruscii degli animali.
Durò pochi mesi l'occupazione partigiana di Fraciscio, perchè un'autocolonna di tedeschi e fascisti arrivò in forze da Chiavenna per espugnare quel minaccioso presidio, costringendo i garibaldini a riparare in Svizzera. Ma per me adolescente fu un avventura straordinaria, specialmente quando un giovane partigiano, inseguito e febbricitante, venne a bussare di notte a casa nostra in cerca di rifugio. Il suo nome di battaglia era Pioppo, e certo non potevamo immaginare che si trattasse di Giovanni Pirelli (figlio del noto industriale) che aveva scelto la lotta antifascista.
Il silenzio di quelle montagne che ormai sentivo come mie era stato rotto fin allora soltanto dagli spari dei cacciatori di camosci. Il mattino del rastrellamento echeggiarono invece le mitragliatrici, e il corpo di un partigiano colpito alla testa venne esposto come monito agli abitanti nella sala dell'Oratorio.
Ormai la guerra volgeva alla fine, presto saremmo ritornati in città. Prima però avevo un conto da regolare: salire in cima al Pizzo Stella, la vetta che per tre anni avevo contemplato dalla finestra della mia camera, quella punta sempre innevata che il valtellinese Giovanni Bertacchi aveva immortalato in una sua poesia.
Ci arrivai al seguito di un gruppo di alpinisti chiavennaschi, legato con loro in cordata. Il cielo era terso, e da quel terrazzo di tremila metri, col binocolo, si vedeva brillare in lontananza la Madonnina.


 

Roberto Camerani

Fraciscio
Autori

REDUCE dal campo
di sterminio nazista
di Ebensee (Germania)
TESTIMONE
della Shoah





Nato in un periodo in cui la dominazione fascista esercitava il pieno controllo sull'Italia, Roberto divenne prima balilla, poi avanguardista e infine giovane fascista. A soli 13, a causa delle leggi razziali, gli fu inculcato di odiare gli Ebrei. Il 1° settembre 1939 la Germania scatenava la II Guerra Mondiale; l'intervento dell'Italia non tardò e il 10 giugno 1940 il duce dichiarò guerra a Francia e Gran Bretagna. Tuttavia le cose non andarono come sperato e le spedizioni in Africa e Grecia si rivelarono un fallimento, costringendo la Germania a intervenire in entrambi i conflitti per ristabilire la situazione. Nel 1943, visto l'andamento della guerra, il Gran consiglio del fascismo espulse Mussolini (che fondò a Nord la Repubblica di Salò), eleggendo al suo posto Badoglio. A questo punto Roberto, resosi conto dell'assurdità delle leggi razziali e dell'illegalità completa nella quale aveva agito il Duce, decise di diventare partigiano. La sera del 18 dicembre 1943 venne prelevato dalla polizia tedesca per un normale controllo. Condotto al carcere di s.Vittore, vi restò qualche mese come prigioniero politico finché il 4 marzo 1944 fu deportato a Mauthausen. Dal momento in cui ricevette l'ID 57555, Roberto Camerani non esistette più. Il 9 aprile 1944 fu trasferito al campo di Ebensee. Qui lo liberarono il 6 maggio 1945 gli Americani e finalmente il 22 giugno 1945 Roberto tornò a casa. Da allora -e fino alla sua morte- ha dedicato la vita a raccontare la sua drammatica esperienza ai giovani, organizzando e guidando dall’Italia visite di scolaresche nei luoghi della Shoah.

Cernusco sul Naviglio (Mi)
1925
Cernusco sul Naviglio (Mi)
20 luglio 200
5



Estensore prolifico di saggi, lettere, pensieri e racconti, in un suo breve scritto intitolato “Il Mestolo e la Baionetta” Camerani ci ha lasciato la testimonianza di una sua profonda e sincera amicizia contratta, negli Anni ’30, con un abitante di Fraciscio, alla quale rimarrà legato -anche per via di un ricordo che gli era stato lasciato- per tutta la vita.
IL MESTOLO
E LA BAIONETTA


Sul muro, appesi accanto, stanno un mestolo ed una baionetta. Talvolta sembra che i disegni misteriosi del destino vadano tracciando percorsi che, anche per le cose, s'empiono di significati profondi ed emblematici.
Chi sostiene che le cose siano inerti e prive d'anima non sa che lo spirito permea il cosmo anche nei suoi più minuti recessi, molecole, atomi: spirito dell'anima nell'infinito più esteso del termine. Osservavo questi oggetti da qualche minuto mentre una buona musica riempiva il silenzio della casa nella notte.
Guardando or l'uno e ora l'altro, lasciandomi cullare dolcemente dall'atmosfera che s'era diffusa nell'ambiente m'accorsi che essi non giacevano silenti come solitamente m'apparivano, anzi, avevano molte cose da dirsi e da dirmi talché ristetti incantato ad osservarli lungamente.
Il mestolo, di legno, mi era stato consegnato molti anni addietro dal "facente custode" della casa natìa del Beato don Luigi Guanella che aprì gli occhi in Fraciscio, un bellissimo, solatìo paesino collocato ai piedi del Groppera in Valle Spluga.
La baionetta appartenne a un mio zio: Aristide Sirtori che fece la prima guerra mondiale come soldato semplice nel genio zappatori. È una testimone della battaglia della Bainsizza.
Osservandoli andavo pensando come due oggetti d'uso opposto e provenienti da opposte direzioni si fossero accomunati sul muro di casa mia per portare nella odierna attualità un messaggio fatto di incalzanti osservazioni.
La guerra e la pace stavano lì immobili nel legno e nel ferro, l'uno e l'altro segnali di vita e di morte. Il mestolo che certamente fu sfiorato, afferrato, accarezzato da mani di donna nel necessario gesto del prelevare e versare farina gialla per quelle enormi polente che agli occhi di una prole numerosa e affamata dovevano apparire come "soli luminosi" nel gran baitone di Fraciscio, doveva, per suo destino, servire anche alla crescita di un Santo che con le sue opere alleviò e allevia, ancora oggi, con le sue numerose Case sparse nel mondo sofferenza, dolore e bisogni. La baionetta, stretta dal pugno dei guerrieri, ch'io spero non abbia mai avuto modo di infilarsi nel corpo di alcuno, anche perché la vedo non proprio acuminata né affilata, è, pur sempre, uno strumento di morte che nel suo significato più profondo ricorda quegli orrori dell'uomo che si oppongono alla sua santità.
Ecco, legno ed acciaio forgiati per il bene e per il male ora giacciono qui, forse stanchi di ricordare ed anch'essi, avvolti nell'onda travolgente della buona musica, rilassano atomi e molecole nel "segno della Pace" che il silenzio della notte sottolinea con il sonno dell'Uomo.


 

 

 

 

 

 

 

 

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Giovanni Battista Macolino nacque presumibilmente nel primo decennio del '600, probabilmente a Gualdera, visto che di Gualdera si dice il pittore nel cartiglio del suo primo quadro, ma a Campodolcino mancano i registri di quel tempo per affermarlo con sicurezza.
Data l'omonimia, frequente sia a Chiavenna sia a Campodolcino (dove peraltro s.Giovanni Battista è il patrono), non è ancora possibile dire con certezza chi, quando e dove il pittore abbia sposato.
Ebbe almeno 5 figli a Chiavenna. Il primo, Giovanni Battista, nacque nel 1638, come si deduce dall'atto di morte, avvenuta a Chiavenna il 14 maggio 1696. L'atto è importante perché ci fa sapere che in realtà erano due i pittori Giovanni Battista Macolino, padre e figlio: «Johannes Baptista Maccolinus pictor filius quondam alterius domini pictoris Johannis Baptistæ», cioè Giovanni Battista Macolino pittore, figlio senior, il quale aveva l’abitudine di firmarsi e, non di rado, di mettere la data.
La sua produzione artistica fu molto ricca e anche se non fu eccellente.
Giovanni Battista Macolino senior rimane comunque l'unico pittore di un certo rilievo nell'arte valchiavennasca, dignitoso artigiano, con taluni momenti di fresca e sincera vena.

da www.vaol.