Al Barba Tola

Barba TolaGiovanni Battista Trussoni vide la luce a Fraciscio il primo giorno dell’anno 1829. Suo padre si chiamava Tomaso e la mamma Maria Guanella. Con Giovanni Battista c’erano altri sette fra fratelli e sorelle, venuti parte prima e parte dopo di lui. Famiglia quindi numerosa, come generalmente erano le famiglie di quei tempi; nelle quali i figli imparavano ben presto a conoscere le strettezze e i sacrifici, ma soprattutto l’amore e la confidenza in Dio. Non c’è quindi da meravigliarsi se numerose erano le vocazioni allo stato sacerdotale. Anche nella famiglia di Tomaso due figli, forse i maggiori, divennero Sacerdoti. Lorenzo, che fu parroco prima a Prosto poi a Caravate, ove morì; e Luigi che morì giovane prete. Giovanni Battista dovette sentire pure lui una grande inclinazione allo stato sacerdotale, ma come pretendere di aggravare di più la famiglia che già aveva due figli agli studi? Dovette quindi rinunciare al suo ideale, ma non per questo tralasciò di istruirsi e di tenersi aggiornato, per quanto gli era possibile, nel progresso e nelle scienze pratiche. Il pensiero, però, che molti giovani come lui dovevano rinunciare allo studio sacro, per mancanza di mezzi, non lo abbandonò più. Fu anzi in lui il movente di tutta la sua vita che lo indusse ad industriarsi in tutti i modi e con chissà quanti sacrifici per procurarsi dei beni che potessero poi servire in seguito ad aiutare almeno qualcuno di coloro che venissero a trovarsi nelle sue stesse condizioni di povertà. Seguendo certamente l’esempio dei familiari e la sua inclinazione, si diede ben presto alle opere caritative e sociali con grande abnegazione e spirito di sacrificio. Volle restar celibe per essere più libero di darsi tutto a tutti. Industrioso e lungimirante, era presto diventato il capo riconosciuto e amato da tutti i suoi compaesani. Il suo interessamento per tutti i problemi del paese, il suo consiglio illuminato e pratico, i suoi stessi beni che avvedutamente aumentava, erano per tutti i frazionisti fonte di sicurezza e di conforto. Di lui si ricorda la sua carità delicata: non si accontentava di fare la carità spicciola perché questa, diceva, umilia chi la riceve; preferiva dare lavoro, allora così scarso, e così beneficava chi ne aveva bisogno. Tra le molte sue industrie, coltivava anche quella dell’apicoltura; il raccolto lo teneva a disposizione dei malati. In quei tempi la miseria era veramente una grande piaga. Lo aveva capito molto per tempo il cugino Luigi Guanella che stava appunto lavorando, tra l’incomprensione e l’opposizione dei più, per cercare di mettervi un rimedio; la sperimentava ogni giorno lui e faceva di tutto per imitare il cugino. Come questo aveva le idee larghe e chiaroveggenti. Pur in campo più ristretto seppe precorrere i tempi e rendersi benemerito del paese. Un grande pericolo per tutto Fraciscio era costituito dal fatto di essere circondato da valli che in certe occasioni diventavano impetuose e travolgenti. I loro nomi stessi lasciano supporre quanto fossero temute: Vallaccia (Valescia), Valle Scura (Valsc(h)üra), Rabbiosa (Rabiüsa). Più volte a ricordo dei Vecchi e forse anche suo, questi torrenti, generalmente calmi o addirittura asciutti, erano stati causa di distruzione e rovina. Più che mai allora faceva temere la Valle Scura, situata com’era e com’è, proprio sopra il paese tra pendii senza piante e soggetti a scoscendimenti. Sarebbe stato necessario rimboschire il monte, ma prima era ancora più necessario arginare la furia delle acque. E Giovanni Battista si mise in relazione con le Autorità Civili. Fondò il consorzio Valle Scura, ottenne aiuti dal Governo e fece così costruire gli argini ai lati della temuta valle che, da allora, non recò più danni al paese. Per tutta la sua vita non cessò di propugnare ed adoperarsi per il rimboschimento della zona sovrastante il paese, in modo che potesse essere preservato dalle valanghe, altro grave pericolo delle montagne. Pare non sia stato estraneo alla costruzione, o alla conservazione del primo acquedotto pubblico della frazione. Questo raccoglieva l’acqua sorgente del monte e, attraverso una scanalatura ricavata dalle pietre messe una dopo l’altra, portava l’acqua fin su la piazzetta della chiesa. E’ certo che fu lui a far scavare a sue spese, da un masso, la fontana che sorgeva sulla piazza stessa. Pare anche siano stati fatti fare da lui i banchi che ancora si usano in chiesa. Il suo nome è però legato, soprattutto, al lascito Valle di lei, che egli lasciò in testamento a beneficio di seminaristi parenti poveri e del quale tratteremo in seguito. Morì nella sua Fraciscio il 28 maggio 1889, all’età di sessanta anni e cinque mesi.

Questa memoria fu stesa a cura del maestro Ettore Trussoni figlio di Lorenzo a me consegnata da suo cugino Carlo Trussoni fu Clemente.          Don Paolo Trussoni

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