Fraciscio in poesia

Fraciscio

Fraciscio, dolce paese,
domani partirò!
ma con il cuore
a lungo qui resterò.

Addio, umile e ridente paesello,
sperduto tra gli alti monti.

Qui tra il verde dei tuoi pascoli
e delle pinete odorose,
lungo l’impetuoso torrente
che scende spumeggiante
dall’eterno ghiacciaio,
il mio cammino è ormai terminato …

Ti saluto Fraciscio!

(NN. 1986)
A FRACISCIO:

 

Piccolo,dolce e, accogliente paesino di montagna, nascosto dalle montagne, solcato da un fiume.
Solo da te mi sento al sicuro, solo da te ci si diverte in compagnia, solo da te si festeggia alla grande a ‘’San Rocco Day.’’
Da te non voglio separarmi mai.
E sono contenta di dire :
Questo è il mio Fracisco il posto da cui provengo!!! 

ELEONORA CACCIATORI 
(10 ANNI)

FRACISCIO

Nella casa dei nostri avi
ci troviamo
una casa che come la nostra 
amiamo 
perchè sentiamo vivere in essa
ancora
la pace, la serenità e la semplicità
di allora
Qui sono cresciuti i nostri genitori
qui speriamo di accompagnare
i nostri successori:
bimbi belli, sani, giudiziosi,
ai quali insegneremo che l’importante
nella vita è essere virtuosi.
Tutto attorno a noi parla
d’amore:
dalle campane con il loro suono
alla neve con il suo candore.
La gente è semplice, generosa e cara;
la dolcezza di Fraciscio è veramente
rara.
Chi è stato una volta a Fraciscio
ci torna volentieri,
poichè tutto è genuino e grazioso
come ieri.

(Gabriella Trussoni)

L’unica a Fraciscio

Sei l’unica
dalle sembianze
prettamente “collinose”
in un paesaggio
totalmente alpino.

Sei l’unica
dalle forme
delicate
in un ambiente
fortemente roccioso.

Sei in totale contrasto
ma …
la tua similitudine
è con l’acqua
l’acqua del posto:
fresca – limpida – pura.

… Sorridente …
Sei una fresca “unica”
rosa tra le rocce
e le sempreverdi
di FRACISCIO !!!

Mario Cattaneo

IL PIZZO STELLA

Tra le vette dello Spluga
dei tremila ed anche più
una splende in Angeloga
il Paradiso v’è lassù

coi nevai di luce bianca
e la cima tanto bella
il salirci mai ci stanca
è il nostro pizzo Stella!

Fiori e fiori sul cammino
spumeggiante la Rabbiosa
riposare sotto un pino
è un incanto ogni cosa

i laghetti trasparenti
tra le rocce maestose
le marmotte sempre urlanti
son per noi le più gioiose.

Viva viva il pizzo Stella
che ci domina lassù
con la cima tanto bella
fa felici noi quaggiù.

 

(Zanuttig)
 DEDICATO A FRACISCIO

Fraciscio è un paesino
sopra Campodolcino
tutti gli anni noi veniam
perché il paese noi amiam

Vi è una piazzetta
ove si può andare in bicicletta
e un alto campanile
che suona con grande stile.

Dai monti è circondato
e da tutti i suoi abitanti è amato.
Quando quassù comincia a nevicar
tutti gli abitanti con gioia, si mettono a sciar.

Ma quando la primavera arriverà
la bianca neve scioglierà
e il fiume Rabbiosa più gioioso sarà

Ormai per noi è giunta l’ora di partir
anche se questi giorni non dovrebbero mai finir
ma nei nostri cuori Fraciscio portiam
e a tutti la nostra gioia cantiam.

Un lungo anno deve passar
prima che noi possiamo insieme ritornar,
ma quando finalmente quel giorno arriverà
la nostra vacanza di nuovo allegra sarà.

(Le ragazze di Arosio)

ALPEGGI

Occhi di baite aperti
su accesi di verde pianori
di balza in balza risalenti
ai folti vertici di abeti
nel sole che vi attinge a noi ridete
che dall’ ombra incalzati
nel fondo della valle a voi
con tenera invidia sospiriamo.

 

(Maria Levi De Rossi)
 ADDIO

Chiudere gli occhi e dentro imprigionare
visioni di bellezza infinite
chiudere gli occhi e, magica illusione,
sognare di potere non mai dimenticare.

(Maria Levi De Rossi)
   
ODE A FRACISCIO
Discinto il vel che con brumale volto
aveva conquise le rupestri vette,
verso lo Stella con radioso manto
scintilla il sole.

Scintilla nuovo e domina i silenzi
di illibate contrade, ove l’umano
occhio si posa a ritrovar la quiete
dei suoi dissidi.

Ed allo spazio, dal signor del giorno
così indorato, sale un lento suono
e da Fraciscio si diffonde al cielo
la pia campana.

Giunge allor lieto, in questi giorni, pronti
al finir dell’ inverno, in sul pendio,
il fanciulletto e con la mano ignara
si volge all’aura.

O piccol cuore, trepido ed innocente,
che nulla sa e pur nota il mistero
della vicenda natural che afferma
vita al creato!

La man piccina fa suonar la squilla
per richiamar la primavera amica
e un fremito si accende in tante altre 
mani piccine.

Di sotto al giogo di una vetta antica
si stende un suon di pini al suon del vento
che di aromate arbori indora:
salubre regno!

Salta il camoscio sulle dirupate
schiene dell’ Alpi e si avvicenda ratto
presso le madreporiche morene
dell’Angeloga.

“O montanina” poi ripete il canto
di voci agresti “O dolce montanina
dell’Angeloga” e a lor risponde un coro
e triste e lieto.

Tutto il ghiacciaio che par fermo e pure
si evolve, in massi erratici, riluce
al sol che arde, con radioso assioma
riverberando,

dardi che le gran raffiche fan miti
delle tormente con nival rigore.
Dentro le stalle il villanello munge
le manze quiete.

E noi del latte la cadente panna
assaporiam, come delizia grata
a spirito giovanil, senza pensieri
di duolo o angoscia. ›

Mentre allo spazio, dal signor del giorno
così indorato, sale un lento suono
e da Fraciscio si diffonde al cielo,
donando speme.

Io là mi fermo solitario. E il crine
agito al vento. Il Trillo di un pennuto
abitator silvestre ascolto e ignoro
la sua favella.

Fraciscio par sognar nella sua conca
montana. E laggiù Campodolcino
annuncia al cuore dell’uman travaglio
l’opra consueta.

L’uman travaglio che nel lento corso
dei torrenti si invola ai tormentati
piani d’Italia, ove nel cupo suono
Marte contende.

Intorno io miro e grave in fondo al core
mestizia scende e ne domando causa
al sussurrar dei pini ed al creato
che parla e tace.

E dell’infanzia mia tutti i ricordi
surgon novelli: il cielo si fa scherno
dei miei passati dì: lagrima dona
iride al sole.

Oh! Sol che piangi di dorato pianto
di me, bambin, di me fanciul cresciuto!
Oh! Sol, rinnova, le speranze infrante,
montano sole.

Fa ch’io senta la vita cara e lieta,
poeta pronto ad applaudir natura,
pura disciolga la mortal nequizie
alpina fonte.

Che la mia man non tremi e che piccina
la squilla suoni e invochi primavera,
eco gentile al villanello alpestre
che il male ignora.

Non diverso il tramonto insegna e dice.
Non diverso il notturno vento inquieto
che spira e nasce dai misteri eterni 
dell’Angeloga.

E tu sideria face, che tremante
lo sconfinato cosmo all’occhio scerni,
diverso forse è il tuo parlar, sublime,
celeste stella?

Io vedo e ascolto estasiato e il labbro
della mia musa verso te si apre
vuol proferir suo verso, ma smarrito
alpin rimane.

Inconscia intanto dal fatal colloquio
di terra e cielo, di speranze e sogni,
umile e lieta, nel montan declivio
dorme Fraciscio

Prof. Angiolo Viti di Bologna
(scritta nella primavera del 1945, mentre si trovava sfollato a Fraciscio)

 

 

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